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IDUME, il fiume di lecce
 

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Qui le acque della falda profonda e quelle della falda superficiale, separate da rocce calcarenitiche marnose impermeabili, risalgono attraverso gli "ajsi" (cavità naturali prodotte per dissoluzione chimica e crollo della roccia carbonatica) formando le polle che alimentano le paludi o, meglio, i canali creati con le bonifiche. Difficile stabilire con certezza se è proprio l'Idume il breve corso d'acqua che Plinio nella sua "Tabula Peutingeriana" fa scorrere vicino a Lupiae (l'antica Lecce), nè alcun documento, normanno o posteriore, indica il toponimo. Dal 1700, con Lorenzo Giustiniani, l'Idume sarà "un corso d'acqua vivo e perenne il quale scorre tra Lecce e Brindisi", mentre le carte dell'Istituto Topografico Militare del 1874 collocano l'Idume presso la "Specchia di Milogna", località poco discosta dai bracci del fiumicello.
Per C. De Giorgi si tratta di una polla d'acqua copiosa che, a somiglianza del Chidro, sorge in vicinanza del mare e dopo breve percorso si riversa in esso.
Più ricca è la letteratura del '900: già nel '25 R. Marti denunciava il degrado dell'ecosistema, descrivendo la limpidezza delle acque e sottolineando la presenza di beccaccini, gallinelle, pavoncelle, martin pescatori, spinarelli, ghiozzi e bavose.
Nel 1830 l'Idume sfociava in mare con due bocche: la Sagnia, ancor oggi esistente presso Torre Chianca (il Bacino) e la Bocca del Fiume, presso Torre Rinalda, oggi scomparsa. La maggior parte delle fonti erano poste alla Specchia di Milogna (milogna = tasso) ed alimentavano il Capo del Cavallo che, col Canale Morto, ripiegava verso Sagnia. I due ajsi più grandi (ajso grande e ajso piccolo) si trovavano sul letto di quest'ultimo fiumicello. La vegetazione era composta di specie idrofile quali alghe a foglia fluttuante e quelle a radice sommersa e foglia galleggiante od eretta, che insieme a tife e falasco costituivano il corredo botanico autoctono; se poi si fosse seguito un programma razionale di tutela ambientale, si potrebbero osservare ancora oggi con maggior frequenza il giaggiolo acquatico e l' orchidea acquatica, oltre che la rarissima Ipomoea sagittata e l'altrettanto raro lino d'acqua, che trova qui l'unica stazione certa nel Meridione d'Italia. In questa zona giungevano armenti transumanti dall'Appennino mentre, navigabile fin quasi alle fonti, il fiume garantiva una ricca riserva di pesce agli uomini, che catturavano cefali e anguille, e offriva rifugio alle specie ornitiche di passo che ancora oggi qui sostano: garzette, anatre, beccaccini.

Questo delicato equilibrio col primo dopoguerra e le opere di bonifica, compiute tra gli anni '20 e '30, cominciò a deteriorarsi; le acque palustri furono irregimentate in canali: il Canale Celsi (o Grande) imbrigliò i pantani "Corrente dei Celsi" e le "Paludi della Loggia", il Canale Fetida raccolse le acque dell'omonimo laghetto ed il Canale Rauccio convogliò le acque delle depressioni che portavano lo stesso nome. A prezzo di tali alterazioni ambientali l'uomo riuscì a vincere la malaria, e il cemento ebbe infine ragione del cordone dunare. Procedendo dal Bacino verso l'interno, il nostro itinerario attraversa il piccolo Bosco Rauccio, di molto ridimensionato rispetto alla sua estensione originaria, che una volta doveva compenetrarsi con la zona acquitrinosa. Delle paludi di una volta non rimangono che tracce relitte, quali alcune depressioni umide segregate nella vegetazione arborea; un habitat singolare che ha permesso la sopravvivenza fino ai giorni nostri della Periploca graeca, una rarissima liana caducifoglia probabile relitto floristico di passate epoche con clima fresco ed umido.

da http://www.perledelsalento.net/lecce.htm

   
 

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